IL SOGGETTO AUTOBIOGRAFICO. STORIA, SOCIOLOGIA E POLIDISCIPLINARITÀ NELLE STORIE DI VITA

Roberto Cipriani

Premessa
Il primato cronologico detenuto dalla storia come disciplina scientifica nata ancor prima delle altre scienze sociali, ed in particolare della sociologia, non può essere messo in dubbio. È invece discutibile che tale primazia «storica» si trasformi in presunta superiorità, in maggiore affidabilità metodologica, in criterio unico e discriminante per la valutazione degli apporti provenienti da studiosi di altri settori disciplinari.

Certo agli inizi, specialmente nel secolo XIX, qualche timore poteva essere giustificato dal rischio ‑ intravisto dagli storici ‑ che i sociologi potessero invadere il terreno dell’indagine storica senza far uso di metodi e tecniche plausibili. In qualche misura, di fronte ad una sociologia ancora balbettante e troppo legata alle categorie filosofiche, era abbastanza prevedibile che l’accademia degli storici si chiudesse a riccio o scagliasse i suoi aculei critici nei riguardi dei nuovi arrivati.

Ma è poi giunta la lezione weberiana de Il metodo delle scienze storico‑sociali (1), che ha chiarito molti equivoci e soprattutto ha mostrato come sia possibile il riferimento ad un tipo di approccio che è comune alla storia ed alla sociologia, senza contrapposizioni fittizie. Lo stesso Max Weber, da par suo, ha dato esempi pregevoli di una simile procedura, di cui L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (2) rappresenta l’esito più rilevante e sicuramente un classico sia per gli storici che per i sociologi.

La situazione successiva ha registrato tuttavia ulteriori chiusure, ma con obiettivi di «colonizzazione esaustiva» alla maniera della «storia completa» auspicata da Paul Veyne (3), che ha dato l’impressione di voler abolire con un solo colpo di spugna tutta l’esperienza ultrasecolare della sociologia, reputando la scienza storica in grado di sbrigarsela da sola anche con il presente. E così la storia sociale soppianterebbe la sociologia. Una disciplina intitolata «Storia e sociologia delle migrazioni», ad esempio, si potrebbe chiamare più giustamente solo «Storia delle migrazioni». Ed allora anche una «Storia del presente» potrebbe divenire un pretesto legittimo per ribaltare quanto temuto nel passato, sicché questa volta l’invasione di campo avverrebbe non a vantaggio ma a danno della sociologia.

È però anche vero che molte traiettorie personali degli scienziati sociali hanno condizionato pesantemente l’evoluzione di metodi e tecniche e soprattutto la loro diffusione: a tal proposito la fortuna de Il contadino polacco (4) di Thomas e Znaniecki costituisce un esempio sintomatico delle difficoltà di affermazione di soluzioni intermediatrici fra storia e sociologia ed in particolare della metodologia biografica fondata sulle storie di vita (5).

L’incompiuta scienza ed il soggetto autobiografico
Non sono molti i tentativi dei sociologi, in Europa come altrove, di egemonizzare l’analisi delle società contemporanee. Pertanto non sembra emergere alcuna pretesa di «sociologia completa» capace di sussumere l’approccio storico come sua componente costante, evitando ogni possibile collaborazione interdisciplinare che preveda l’ausilio di altri studiosi, degli storici in particolare. Anzi è piuttosto dato di verificare il contrario, cioè una tendenziale carenza di sensibilità storica, come se l’esistente non fosse il precipitato appunto storico di un passato che è a monte dei trends attuali. Anche in questo la diffusa indifferenza all’elemento storico che caratterizza la sociologia nordamericana ha fatto scuola, facendo dimenticare ai sociologi europei il ruolo strategico dei condizionamenti a lungo operanti in una situazione, quella contemporanea, che è sempre il frutto di fattori preesistenti.

Laddove in campo storico gli sconfinamenti appaiono evidenti, anche in termini di categorie definitorie prese a prestito dalla sociologia, quest’ultima stenta invece ad accogliere suggestioni e dati di matrice diacronica, più attenta com’è a cifre, percentuali e tabelle e non a dati qualitativi la cui rilevanza è tale ‑ come ricorda Herbert A. Simon (6) ‑ da scombussolare ogni elemento quantitativo.

Oltre ad essere incompiuta sul piano storico la sociologia lo è sul piano dell’analisi qualitativa dei fenomeni. Ed in questo ben poco sembra aver appreso dai filoni più avvertiti ed originali della storiografia contemporanea. Il che è dovuto anche ad uno scarso confronto interdisciplinare, in primo luogo sul versante teorico‑metodologico dove i problemi della conoscenza scientifica sembrerebbero favorire maggiori punti di contatto. Del resto la sociologia quantitativa è sin troppo impegnata ad appiattire le differenze, a dar loro parvenza di somiglianza, a ridurre la complessità del sociale a poche classificazioni sommarie, più fruibili sul piano della comunicazione diffusa ma fuorvianti rispetto alla reale dinamica degli eventi considerati.

Non è casuale che pure la storia, in concomitanza con lo sviluppo della sociologia quantitativa, abbia assunto caratteri omologhi. Ne è pienamente consapevole François Furet quando scrive che «oggi la storia quantitativa è di moda, sia in Europa, sia negli Stati Uniti: si assiste, infatti, circa da mezzo secolo, al rapido sviluppo dell’utilizzazione delle fonti quantitative e dei procedimenti di calcolo e di quantificazione nella ricerca storica» (7). Però il metodo quantitativo non esclude tutta una serie di problemi procedurali, di rapporti con il dato che di per sé mantiene un carattere qualitativo almeno in partenza. Questo non impedisce tuttavia a Furet di affermare che la scelta quantitativa «presenta inoltre l’immenso vantaggio di fornire a quella vecchissima disciplina che è la storia un rigore e un’efficacia superiori a quelli offerti dalla metodologia qualitativa» (8). Neppure questo è del tutto fondato, se poi si è costretti a riconoscere l’impossibilità di analizzare «importanti settori della realtà storica» anche a ragione della «natura qualitativa irriducibile del fenomeno studiato» (9). Per non dire poi della necessità di considerare fonti non strettamente numeriche, cioè «le fonti strettamente qualitative, quindi non seriali, o quanto meno particolarmente difficili da organizzare in serie e da standardizzare» (10). Nondimeno, in definitiva, la spinta di questo autore resta protesa verso una storia seriale capace di attribuire scientificità al procedimento di indagine.

Accanto ad una sociologia incompiuta per difetto di approccio qualitativo, si ritrova dunque una storia incompiuta per carenza di prospettiva seriale‑numerica. Eppure l’una e l’altra scienza sembrerebbero differenziarsi più che altro per l’unicità e l’irripetibilità dell’evento quale oggetto della storia e per la ricorsività e la generalizzabilità dei fenomeni studiati dalla sociologia. Ma in realtà i percorsi di diversificazione e di incontro sono ben altri.

Assumendo di voler intendere come motivo storico e come ragione storiografica la variabile indipendente che produce un particolare evento, non si può non condividere la posizione di Ernest Nagel, secondo cui le spiegazioni storiografiche di azioni individuali sono abbastanza probabilistiche, in quanto esse rendono conto solo delle generalizzazioni ricavabili dalle conoscenze statistiche disponibili in tema di comportamento umano (11). Quindi sul piano scientifico l’accertamento della «verità» in questo quadro contingente è di fatto impedito, perché non si può far riferimento ad una serie di eventi che confermino, in modo sufficiente e cogente, essere la spiegazione fornita quella giusta. Da ciò scaturisce la necessità di collegare l’analisi del singolare con il suo contesto specifico, appunto contestualizzando al massimo l’elemento individuale.

Pertanto si comprende che la convergenza fra storia e sociologia è resa praticabile grazie all’elemento accidentale dell’interesse rivolto al caso specifico, al dato personale, al documento biografico, all’approccio autobiografico. Insomma la metodologia delle storie di vita (12) incontra sulla sua strada la problematica storica (13); e le questioni irrisolte e più discutibili nell’una sono le medesime di cui deve tener conto anche l’altra.

Senonché questa non è certo una novità assoluta. Ancora una volta lo spunto in proposito è di origine weberiana. Appunto in onore e ricordo di Max Weber era stato scritto da Hans W. Gruhle un importante saggio (14) che guarda all’autobiografia come fonte di conoscenza storica. A dire il vero si tratta di un tentativo piuttosto basato su un’ottica che si potrebbe oggi definire psico‑storica. Ma questo pure è un indicatore significativo dell’inconsistenza di talune barriere interdisciplinari, che abbastanza spesso impediscono utili effluvi da un campo all’altro delle scienze sociali e salutari bagni in altre piscine «probatiche» in cui possa avvenire il «portento» di una scienza non più incapace di muoversi e non più incapace di vedere.

In questo senso, privandosi cioè di una provvidenziale escursione verso lidi non frequentati, la storia e la sociologia restano scienze incompiute, legate alle pastoie di un metodo solitamente obsoleto e ripetitivo che non offre molto di nuovo, rispetto al déjà vu.

Con ampio anticipo Gruhle aveva posto in termini corretti molte questioni epistemologiche e metodologiche, insistendo sulla necessità del dubbio continuo rispetto all’utilizzo di materiali autobiografici con finalità scientifiche. Egli si domandava infatti se fosse possibile comprendere (come verstehen) la personalità di un individuo, le motivazioni profonde del suo agire, i punti oscuri del suo carattere, le peculiarità delle sue opinioni. Nel caso di un personaggio storico la distanza temporale garantisce un giudizio più oggettivo, ma al tempo stesso risulta necessaria una buona carica di immedesimazione per «entrare» nel personaggio. In altri termini occorre fare i conti con la teoria secondo cui in vista di una simile immedesimazione ad esempio «si debba avere un minimo di somiglianza con Napoleone» per poterlo capire. In pari tempo, comunque, vanno fatte altre valutazioni concernenti 1’autoconsiderazione di un autobiografo, i suoi errori di prospettiva, il condizionamento della sua percezione della realtà. Ecco perché, osserva giustamente Gruhle, le autobiografie di persone anziane sono spesso deformanti e poco obiettive. Naturalmente da un punto di vista psico‑sociologico ci si potrebbe pure interrogare sul significato di tali «deviazioni» e dunque articolare ancor più il quadro dell’indagine. Questo segna un punto di differenza fra il carattere storico e quello sociologico della ricerca: nel primo caso la manipolazione ‑ per quanto inconsapevole ‑ pare creare un problema serio ai fini dell’accertamento del «vero», nel secondo caso proprio l’eventuale mistificazione diventa oggetto di analisi attenta per capirne le matrici, individuarne i condizionamenti a monte, descriverne gli effetti. Indipendentemente da questo particolare obiettivo, storici a sociologi sono chiamati a leggere fra le righe, a scoprire i motivi originari di un atteggiamento e di un comportamento, a tenere in grande rilievo le omissioni e le reticenze, le sottolineature e le enfatizzazioni.

Il fatto è che nessuno è in grado di descriversi fedelmente, senza infingimenti ed in tutta sincerità. Prevale sempre una visione di riporto, cioè riflessa, che è il precipitato storico di un’autopercezione che più spesso disorienta anziché indirizzare le linee ermeneutiche dello scienziato sociale. Ed allora l’esperienza acquisita in un tal genere di operazioni scientifiche aiuta abbastanza ad andare al di là delle apparenze, oltre le barriere frapposte dall’io narrante che tende ad attribuirsi caratteri mai posseduti ma solo desiderati in chiave utopica.

Emerge così il problema della genuinità, che invero riguarda forse più lo storico che non il sociologo. Mentre riguarda più lo psicologo il metodo delle cosiddette «patografie», cioè degli studi sull’influenza delle malattie in relazione al comportamento umano. Tuttavia non è da escludere che anche gli altri scienziati sociali abbiano conoscenze in merito, pur senza esagerare nell’intravedere relazioni molto strette fra patologie ed agire, in chiave tipicamente deterministica. Lo stesso dicasi per certe applicazioni ingenue della psicanalisi di orientamento freudiano inserite forzosamente nello studio biografico, come nel caso dell’interpretazione della biografia di Napoleone, citata ancora una volta esemplarmente da Gruhle: Napoleone combatte per la Corsica, poiché questa per lui simbolizza la madre, ma più tardi egli abbandona il patriota corso Pasquale Paoli perché questi simboleggia il padre; ci si deve sempre ribellare contro il padre, perché concorrente riguardo al simbolo ­madre. Napoleone vede un nuovo padre nel conte di Marboeuf, a proposito del quale si diceva che la madre fosse per lui ben più che un’amica. Successivamente il simbolo del padre è dato da Luigi XVI, contro cui Napoleone combatte. Solo dopo la sua morte, Bonaparte si lega alla nuova madre, non più la Corsica ma la Francia, mère ­patrie. Più tardi Napoleone combatte per l’Italia, che gli ricorda da vicino la prima madre, la Corsica. Egli la difende come una nuova madre. E lotta e vince contro altri «padri»: Francesco d’Austria, Federico Guglielmo III, i Re di Spagna, Portogallo, Napoli, il padre per eccellenza ‑ il papa Pio VII ‑. Vuole da ultimo sottomettere tutta l’Europa, come manifestazione completa del possesso della madre. In definitiva tutta la biografia napoleonica è vista attraverso la filigrana psicanalitica del conflitto con il padre per la conquista della madre. Ciò, evidentemente, non riesce a dar ragione delle varie vicissitudini di una personalità tanto complessa; e soprattutto non spiega affatto le dinamiche che hanno accompagnato il suo vissuto, nelle diverse realtà in cui ha interagito con altre esistenze ed esperienze individuali e di gruppo, locali e nazionali, politiche e religiose.

Tra storia e sociologia
Se la sociologia storica non trova facile accoglienza tra i sociologi, altrettanto avviene per la storia sociologica (o sociale) fra gli storici. E magari qualche sociologo può sentirsi addosso il peso di un rimprovero di eccessiva attenzione alla storia, o viceversa uno storico può venir penalizzato, accademicamente e scientificamente, per i suoi sconfinamenti sociologici. Insomma per ipotesi un sociologo della religione che frequenta l’Archivio Segreto Vaticano anziché il terreno della ricerca empirica paga lo scotto di una marginalità di situazione che è tale perché non corriva rispetto alle linee dominanti nel proprio ghetto disciplinare. Ma come sarebbe possibile capire altrimenti un presente che è appena un attimo fuggente rispetto alla mole esorbitante di fatti del passato che condizionano tuttora il presente stesso? E come instaurare una «qualistica» nelle scienze sociali tale che sia in grado di reggere il passo della prospettiva «quantistica» ? Come affrontare il nodo fondamentale della narratività nella sua natura di problema epistemologico delle scienze storico‑sociali? Che fare perché anche altrove si dia inizio a raccolte fondamentali di oral history quali quella monumentale della Columbia University di New York, vero patrimonio nazionale?

Di fatto ancor oggi chi lavora su questi temi vive sulla propria pelle la subalternità di un tipo di storiografia e di sociologia che sono in condizioni di minorità e di minoranza. Nel frattempo occasioni preziose si perdono, anche nel pullulare di ricerche localistiche poco orientate teoricamente e sprovvedute metodologicamente. Le stesse esperienze editoriali di «microstorie», a metà strada fra storia e sociologia, dopo un promettente avvio non sembrano essere decollate se non per voli a bassa quota (di vendite) e con difficile rientri (degli investimenti scientifici ed economici).

Fino a quando la relazione fra storia e sociologia non avrà la considerazione di un problema strategico e cruciale nell’ambito delle scienze sociali, ogni tentativo propositivo troverà scarso spazio applicativo. Eppure anche dai «detrattori» della storia giunge un riconoscimento del suo ruolo chiave: lo strutturalismo lévi‑straussiano ammette in fondo che «tutto è storia»; ma non ne trae le debite conseguenze (15). Insomma è facile dimenticare che il presente è appena una linea sottilissima fra un enorme passato ed un futuro prorompente.

L’insegnamento paretiano, sulla ineluttabilità del ricorso alla storia per la spiegazione dei fenomeni attuali, non pare trovare molta eco se ancor oggi si è costretti a riproporlo in termini esortativi e per di più con scarse esperienze metodologiche.

In ogni avvenimento sociale c’è un’innegabile dimensione storica, per cui in chiave durkheimiana effettivamente ogni sociologia è anche storia. Ma questo significa che non solo la storia sociale bensì ogni altro settore storiografico a ragione va considerato come strettamente legato alla prospettiva sociologica. Anzi lo spartiacque fra i due versanti è più un confine simbolico‑disciplinare che non fattuale‑operativo.

Di tutto ciò parla con cognizioni di natura teorico‑empirica, Gottfried Eisermann, secondo il quale l’attore sociale ha sempre lungo il suo orizzonte gli esiti dell’agire precedente di altri attori sociali (16). Pertanto dovrebbe essere chiaro che ogni indagine limitata al presente ha dinanzi a sé un quadro troppo sfuggente, impalpabile, circoscritto, che non dà certo sicurezza per fondarvi un’ermeneutica scientifica appena accettabile.

D’altra parte però ‑ ed in questo Eisermann è d’accordo con Gruhle ‑ il presente (come il passato «narrato») arriva alla percezione cognitiva del ricercatore con distorsioni e condizionamenti tali da dover poi necessariamente utilizzare altri parametri di confronto e di verifica, tipici della storia come della sociologia. In pratica, secondo quanto dichiarava Pareto (citato da Eisermann) varrebbe piuttosto la pena di spiegare il passato attraverso il presente e non procedere in senso contrario. Intanto però neppure questa avvertenza paretiana è stata accolta debitamente, giacché la tendenza dominante è quella di cercare di capire il conosciuto attraverso lo sconosciuto, la realtà di oggi mediante ciò che è accaduto nel passato. Sembrerebbe questa una contraddizione macroscopica ma non lo è ‑ rispetto al problema dei rapporti storia/sociologia ‑ se si pone mente al fatto che per un verso non si nega la loro reciprocità e per un altro verso si definisce appena il punto di partenza, cioè quanto è noto per poi giungere a quel che non è di immediata reperibilità e percezione. Detto questo, è evidente che l’intento in una storia di vita è in effetti di partire dal presente per giungere a cogliere i trends trascorsi; però una volta raggiunta la dimestichezza scientifica con il passato il cerchio esplicativo (saremmo tentati di dire il «circolo ermeneutico») si richiude, ritornando a considerare il presente entro una concezione più consolidata ed empiricamente fondata.

Detto altrimenti, storia e sociologia si fecondano a vicenda, sicché è lecito sostenere che la storia sta alla base dei fatti sociali e su di essa è possibile costruire le spiegazioni sociologiche di quei medesimi fatti. Allo stesso tempo la metodologia delle storie di vita permette di mettere a fuoco attori sociali e dettagli comportamentali in un arco di tempo che offre occasioni plurime di verifica e di accertamento. E tale procedimento consente di travalicare il limite frapposto dalla singolarità dell’esperienza individuale, di entrare invece nel più ampio spettro dei vissuti sociali, individuando disparità e mutamenti, continuità e costanti dell’azione sociale. È un unico mondo quello che accomuna storia e sociologia. È questa anche la posizione di Edward Carr: «più la storia diventerà sociologica e la sociologia storica, tanto meglio sarà per entrambe» (17).

L’elemento comune a storia e sociologia è quello della conoscenza dell’uomo (18) in quanto attore sociale, che dà senso al suo agire ed a quello degli altri con i quali interagisce sulla base di un linguaggio che non è solo verbale. Appunto per questo una storia di vita è e deve essere anche caratterizzata da annotazioni puntuali sul non detto, sulla comunicazione silenziosa del linguaggio corporale, gestuale.

È questo un salto ben in avanti rispetto alle dispute dei primi decenni del novecento sulla metodologia storicistica. Non è più da temere un livellamento della singolarità in omaggio ad un sociologismo fine a se stesso. È invece un recupero della capacità individuale di influire sul processo storico, di imprimergli un orientamento, di dargli senso, di condizionare in concreto una politica nazionale o locale. Non è questione di contrapposizioni fra condizionamenti sociali generali e influenze personali contingenti; è invece un’interrelazione fra i due momenti che chiarisce l’interscambio fra individuo e società.

L’ipotesi di una ricerca socio‑storica non è quindi fuori della portata attuale delle scienze sociali. Quando Otto Hintze propose l’idea di tipizzare momenti e strutture della storia sociale, a partire da una storiografia individualizzante, si muoveva nell’orbita delle suggestioni weberiane, pur con qualche presa di distanza non accessoria (19) nell’ambito di una storia comparata per tipi ideali.

È sintomatico che sinora una simile corrispondenza fra l’orizzonte epistemologico weberiano e quello hintziano sia sfuggita quasi del tutto alla disamina storico‑sociologica corrente. Eppure proprio in Hintze e Weber era già delineato un quadro simbiotico fra storiografia individualizzante e sociologia strutturante in termini di processi sociali. A tali indicazioni di percorso ben pochi hanno dato retta, sicché l’estraneità reciproca è perdurata a lungo nel secolo appena scorso, in Germania come in Francia ed in Italia. Al massimo si sono sviluppati alcuni itinerari specialistici di storia sociale o di sociologia storica (in verità assai più la prima che non la seconda).

Il luogo privilegiato della storia resta la società, così come il luogo privilegiato della società rimane l’individuo sociale, cioè l’attore sociale interrelato con i suoi simili, in specifici contesti, in situazioni contingenti, che tuttavia attingono le loro connotazioni dal passato.

Anche il rapporto con l’idea braudeliana di una storia événementielle non risulta alieno rispetto ad una concezione tendenzialmente unificante di storia e sociologia che metta insieme l’idiografico ed il nomotetico. Appunto la metodologia delle storie di vita diviene allora un momento fondamentale di verifica della congiunzione fra l’ipotesi di individualizzazione e quella di generalizzazione.

In modo emblematico Luigi Bulferetti ha raccolto la sfida problematica che mette a confronto storia e sociologia, insistendo sulla connessione fra dati noti e dati ignoti: «l’analisi di qualsiasi oggetto nuovo, cioè diverso, che ci si presenta, è da noi compiuta riconducendolo a vari paradigmi e predicati vecchi; ma dal loro insieme deriva la nozione di nuovo. Non possiamo, contemporaneamente, assumere il nuovo e procedere con esso ad altri oggetti, se prima non lo paragoniamo col vecchio. Se il vecchio è apparentemente già determinato, il nuovo non lo è, ma alla luce del nuovo, una volta che è stato determinato grazie al vecchio, al già noto, il vecchio assume una nuova determinazione e ciò significa che anche prima aveva un valore in qualche modo indeterminato» (20). I riferimenti noti sono in genere quelli riguardanti il presente attraverso il quale è possibile risalire al passato per comprenderlo.

Così si fa chiarezza maggiore, magari ricorrendo anche a categorie sociologiche, a predicati già definiti in modo non equivocabile. Non vi è però la presunzione di obliterare l’elemento storico che riacquista anzi la sua centralità, non tanto e non solo perché la dimensione quantitativa della storiografia rappresenta un fondamento che assicura rigore scientifico, quanto piuttosto per il fatto che essa non può essere «storia del momentaneo o del particolare» (21). Ammonisce ancora Bulferetti: «avvezziamoci, dunque, a non considerare l’uso dei numeri nell’esposizione storica come qualificatore del tipo di esposizione» (22). «Certo l’uso dell’apparato matematico può portare a risultati più evidenti o precisi, cioè a più penetranti ed efficaci rappresentazioni in certi casi; ma che altro sono se non applicazioni della logica? E non si deve dimenticare il limite di validità della logica, come di ogni forma di esperienza, che risiede nella sua storicità, cioè nella limitatezza dell’esperienza sottesa ai termini usati e alle regole del giuoco. Il valore, il significato loro può essere noto ricostruendo quell’esperienza, ossia precisandola; tale precisazione è sempre in correlazione ad altre esperienze, che a loro volta vanno precisate, e al buon senso, all’uso corrente, che sono poi le costituenti, sul fronte conoscitivo, della situazione storica contemporanea allo storico» (23). Il che rimanda evidentemente alla sociologia come scienza del presente.

Due contributi fondamentali
Per quanto abbastanza «datati», due interventi significativi sul nostro tema meritano di essere qui ripresi in considerazione, anche perché al di fuori del momento contingente di tipo convegnistico e pubblicistico ben poco si è discusso in merito negli anni successivi (ed ancora una volta risulta confermata la propensione alla reticenza sull’argomento).

Da una parte è lo storico Giuseppe Galasso a parlare di Sociologia e storiografia (24), dall’altra è il sociologo Filippo Barbano a proporre un tema Scienza sociale e storia, sociologia e storiografia: percorsi e situazioni (25).

Galasso, in qualità di relatore al II Congresso Nazionale di Scienze Storiche, tenutosi a Salerno dal 23 al 27 aprile 1972, ribadiva senza perplessità di sorta che «uno dei più importanti effetti che siano conseguiti dal maggior influsso della sociologia sulla storia è consistito proprio in un’accentuata disideologizzazione del lavoro storico» (26). In altre parole la sociologia avrebbe contribuito all’allontanamento della storia da prese di posizione a carattere filosofico‑ideologico. D’altra parte ‑ si deve aggiungere per completezza ‑ anche la sociologia è maturata in ambito filosofico e ne ha risentito gli influssi, specie agli inizi della sua legittimazione scientifica.

Riconosciuto il debito nei confronti di Weber e Pareto (ma anche il peso del determinismo economicistico di derivazione marxista), Galasso citava altri illustri esempi di incrocio felice tra storia e sociologia: Fustel de Coulanges e Durkheim, Dilthey e Meinecke, Huizinga e Toynbee. (Ma lo stesso non può dirsi di Gentile e Croce per l’Italia). La rassegna continuava poi con qualche imprecisione e tuttavia con uno sforzo notevole di penetrare in diverse correnti sociologiche, attive soprattutto nell’ultimo dopoguerra in Italia. Dopo aver sopravvalutato il peso dello strutturalismo che avrebbe «conferito le caratteristiche di un mutamento metodologico e dottrinario di fondo» (27), lo storico napoletano ricordava a più riprese che «sociologia e storia come qualsiasi altra scienza che abbia affinità o addirittura identità di oggetto, possono reciprocamente servire l’una all’altra» (28).

Molto più approfondito e dettagliato (e per ciò preciso) era l’apporto di Filippo Barbano che aveva l’allure di una vera e propria monografia corredata da una bibliografia composita e pertinente. In effetti il sociologo torinese dominava con maggiore sicurezza la storia del pensiero sociologico; e questo potrebbe darsi per scontato. Ma per di più emergeva in lui un’ottima padronanza del terreno storico e filosofico, tale da permettergli di intervenire su molti aspetti del problema a ragion veduta e non per semplici allusioni. Del resto anche il suo continuo ribaltamento dei punti di approccio consentiva di porsi di volta in volta su ciascuno dei due versanti problematico‑disciplinare: filosofia della storia e sociologia, sociologia e filosofia della storia; storicismo e sociologia, sociologia e storicismo; positività storica e «storicità» positiva e così via.

Partendo dalla «storicità» degli antichi e dei moderni, passando per quella contemporanea e concludendo con il movimento della scienza sociale, Barbano enfatizzava giustamente il ruolo di Mannheim e della sua sociologia della conoscenza quale punto di arrivo (e di nuova partenza anche) in merito ai rapporti fra storia e sociologia: «con Mannheim il contesto sociale del sapere diventa la materia stessa dell’analisi strutturale ove sono compresenti aspetti e componenti della storicità positiva, strutturale ed intenzionale. Mannheim in questo senso rappresenta a parer nostro un significativo punto di arrivo non solo nello svolgersi del discorso circa i rapporti della sociologia con la storia ma nella ricostruzione delle dimensioni della storicità: ambito e terreno comune sia della storia che della sociologia non solo come disciplina. Mannheim rappresenta altresì il punto finale del contatto della sociologia con lo storicismo diciamo così classico. Non che per questo il contatto della sociologia con lo storicismo verrà a mancare, solamente esso prenderà altre vie, determinate sempre più profondamente dagli svolgimenti disciplinari della storiografia e della sociologia; ma nello svolgimento di quest’ultima la tendenza più pericolosa sarà quella di una crescente perdita della storicità, del suo senso e delle sue dimensioni» (29).

Altri aspetti toccati e discussi da Barbano riguardavano la scuola durkheimiana, la sociologia nordamericana e il neopositivismo, la tradizione weberiana e la dialettica sociale. Non mancava perciò, fra i numerosi altri, il riferimento al fondamentale contributo di Halbwachs alla storia intesa come memoria collettiva; così come non mancava una discussione problematica della prospettiva di Paul Veyne per le sue «argomentazioni che a volte possono apparire paradossali, specie a proposito del rapporto della storia con la sociologia» (30).

Superando le tentazioni di un assorbimento della storia nella sociologia o al massimo di unificazione incondizionata del metodo di entrambe, Barbano insisteva invece sui nessi fra storicità e positività «come momenti della dialettica di soggetti ed oggetti sociali» (31).

In definitiva il rispetto del proprium di ciascuna delle due discipline non può escludere l’interdisciplinarità o meglio – come vedremo più avanti – la polidisciplinartà. Del resto le condizioni stesse dell’indagine storica comportano questa opzione. Come sarebbe possibile altrimenti fare una storia delle società senza scrittura?

Una volta di più metodologia storica e metodologia sociologica (ed antropologica) si incontrano su un terreno comune: quello del ricorso alle fonti orali. Così l’approccio biografico non è molto diverso dall’uso delle testimonianze verbali in campo storiografico. E la memoria dei protagonisti di un evento storico dell’Occidente industrializzato ha il suo corrispondente africano nella tradizione tribale dei griots, di quegli individui che sono delegati in ciascuna famiglia a conservare il patrimonio orale della loro identità.

Il griot, questo uomo‑archivio, è un individuo sociale per eccellenza perché egli non solo rappresenta la sua persona ma l’intero gruppo cui appartiene: «sono griot … maestro dell’arte di parlare … siamo i sacchi a parole, siamo i sacchi che racchiudono segreti varie volte secolari. L’arte del dire non ha segreti per noi; senza di noi i nomi dei re cadrebbero nell’oblio, siamo la memoria degli uomini; con la parola diamo vita ai fatti ed alle gesta dei re davanti alle giovani generazioni … Ho insegnato ai re la Storia dei loro avi affinché la vita degli avi serva loro d’esempio poiché il mondo è antico ma l’avvenire nasce dal passato … Ascoltate la mia parola voi che volete sapere; dalla mia bocca saprete la storia» (32).

Che aggiungere ancora ad una così chiara inequivocabile definizione del ruolo della memoria storica di un popolo, espressa per bocca di un solo suo rappresentante? È piuttosto questo l’anello mancante per realizzare una «storia completa», allo stesso modo in cui la storia di vita è forse l’elemento‑chiave per superare l’incompiutezza della sociologia.

La fortuna dell’approccio biografico
Le storie di vita sembrano, nei fatti, aver avuto peraltro più fortuna editoriale in campo letterario che non come dati scientificamente probanti di una realtà sociale storicamente e sociologicamente definita. Esemplare a tal proposito è il caso di Oscar Lewis (33), la cui opera è stata diffusa ed apprezzata forse più per «il fascino del romanzo» che non per «il rigore della scienza». In una situazione in qualche modo ribaltata è la produzione di un autore come Pier Paolo Pasolini, la cui capacità letteraria è indiscussa ma non quanto la sua perspicacia nell’analisi sociale. Anzi il suo realismo è persino definito «crasso» per il semplice fatto di essere troppo obiettivo. Di questo l’autore friulano era ben consapevole ed anzi ironizzava pure sulla sua poliedricità intellettuale tanto da scrivere che le sue pagine erano «a1 solito così stravagantemente interdisciplinari».

Dunque Pasolini stesso si rendeva conto che nel campo della cultura contemporanea il taglio interdisciplinare suonava come una stravaganza, un frutto estroso, originale sì ma non degno di attenzione seria. Così le sue storie di vita socio‑letterarie, da Ragazzi di vita a Una vita violenta, colpiscono più per la narrazione romanzesca che non per lo spaccato sociologico che ne emerge.

Le stesse riserve psicologiche e scientifiche si registrano allorquando vengano compiuti dei tentativi di indagine su fenomeni sociali a partire da approcci diversificati fra loro. Vi è in primo luogo da superare inveterate ghettizzazioni monodisciplinari che resistono a qualunque evidenza di correttezza epistemologica e metodologica. Vi sono poi difficoltà obiettive che rallentano le procedure in un terreno ancora inesplorato e per di più minato da una serie piuttosto nutrita di obiezioni ed imprevisti tecnici.

Ancor prima di proseguire nel discorso vanno chiariti almeno alcuni equivoci che si affacciano già in partenza. Per un verso risulta impraticabile il tentativo di Tarde (34), tipicamente monorso, di legare esclusivamente la sociologia alla psicologia: «la sociologia apparentemente più chiara, anche quella di un aspetto superficiale, affonda con le sue radici in seno alla psicologia ». Il risultato che ne scaturirebbe potrebbe essere quello di una fisiologizzazione della sociologia, di fatto proposta da Gabriel Tarde, pur attraverso la sua interpsychologie. Di rimando si potrebbe pensare ad una intersociologia che egemonizzasse ogni possibilità di ricerca, ma questo esula dall’intento qui perseguito anche se il rigetto nei riguardi di alcune proposte specifiche potrebbe legittimare una reazione di questo genere, intenzionalmente provocatoria. Si pensi ad esempio all’inadeguato sviluppo degli studi su cultura e personalità, almeno in Italia. Ebbene, pur con tutte le riserve e le necessarie aggiunte e modifiche, proprio questo poteva essere un terreno di sperimentazione interdisciplinare che i nostri scienziati sociali hanno semplicisticamente ignorato. Certo il rischio era evidente, di una psicologizzazione del dato culturale a scapito degli aspetti strutturali, normativi e conoscitivi. Ma ancor più forte è stato il pregiudizio monodisciplinare che ha soffocato sul nascere una diversa dialettica scientifica.

Per un altro verso la sociologia è sembrata accodarsi al fiorire di studi storici interessati alle storie di vita ben più che nel passato. Si è dimenticato così che ancor prima dei seguaci delle Annales la scienza sociologica aveva offerto spunti non trascurabili, anche se imperfetti e risultati poi senza molto seguito e approfondimenti. È appena il caso di ricordare che Il contadino polacco di Thomas e Znaniecki risale a più di ottant’anni fa. E non è forse casuale che pure allo stesso periodo risalgano gli inizi ‑ sempre negli Stati Uniti ‑ della psicostoria, quasi una risposta degli storici dinanzi all’avanzare della nuova psicologia. Eppure ‑ come sottolinea Linda La Penna in un documentato saggio ‑ i primi ad occuparsi di psicostoria non furono degli storici, sia perché arroccati nella loro gabbia disciplinare sia perché insoddisfatti dei risultati delle prime ricerche compiute da psicoanalisti che si erano cimentati nell’interpretare elementi storici come «sindromi psicoanalitiche». Le motivazioni di Thomas e Znaniecki furono in verità piuttosto diverse e legate ad un discorso interno alla stessa loro scienza, dunque con un’autonomia che poteva semmai avere agganci di tipo filosofico generale ma non prettamente storici.

In definitiva lo statuto stesso della sociologia e la sua storia dimostrano come essa abbia sufficienti garanzie per una conduzione delle ricerche senza la necessità di surroghe e supplenze.

L’ipotesi polidisciplinare

Esistono comunque problematiche specifiche ed universi peculiari che accompagnano fenomeni determinati i quali necessitano di un approccio assolutamente diverso. In altri termini non sempre il sociologo può risolvere i suoi dubbi e verificare le sue ipotesi facendo ricorso a soluzioni precodificate. Ecco allora che di volta in volta, caso per caso, vanno operate scelte procedurali, oltre che epistemologiche, con la definizione di precisi itinerari di indagine.

Pertanto, operativamente, si può suggerire di considerare l’ipotesi di una triplice scelta così configurata:

a) indagine sociologica monodisciplinare, laddove la disamina delle problematiche appare sufficientemente risolvibile all’interno del patrimonio scientifico della stessa disciplina;

b) indagine sociologica polidisciplinare, quando le caratteristiche dei temi da affrontare comportano ottiche plurime (psicologiche, storiche, pedagogiche, economiche, antropologico‑culturali, etnologiche, giuridiche, mediche, ecc.), ma con una selezione di queste ultime in riferimento alla disciplina‑guida ed alle ipotesi sottoposte a verifica;

c) indagine sociologica interdisciplinare, se 1’argorpento della ricerca richiede prospettive complesse ma articolate fra loro in modo da fornire «letture globali» del caso in esame.

Le storie di vita sembrano rientrare di solito nella scelta di tipo b), cioè polidisciplinare, che presuppone sì la presenza di almeno due forme analitiche scientificamente consolidate ma che rimanda sempre ad un taglio prevalente che non pregiudichi il senso e la portata dell’indagine.

A voler sottilizzare e precisare ulteriormente ‑ ma sempre a livello ipotetico e con la massima apertura a soluzioni diverse secondo le necessità di studio ‑ si può pensare per le storie di vita ad una struttura di base minimale che abbia (nell’ipotesi polidisciplinare) la psicologia (preferibilmente sociale) e la storia come cardini imprescindibili insieme con la sociologia, considerata disciplina‑guida per il semplice fatto che la storia di vita fa parte del suo proprio bagaglio di accertamento.

Non si può non rilevare che almeno finora ‑ e non solo in Italia – siano state messe in opera azioni di assoluto favore per i rapporti fra sociologia e storia, e non altrettanto fra sociologia e psicologia, e ancor meno secondo la proposta di cui sopra che vede appaiate queste tre scienze sociali. Anche una superficiale analisi di contenuto degli indici di volumi e riviste, nonché dei programmi di insegnamento, dei convegni e dei seminari potrebbe testimoniare appieno una simile realtà.

Qualche interessante novità sta invero manifestandosi nel campo delle scienze dell’educazione. In tale ambito scientifico, in effetti, gli studiosi dediti all’approccio biografico stanno aumentando in modo significativo (35).

C’è da chiedersi a questo punto come mai giusto le storie di vita richiedano un simile impegno convergente, di tipo polidisciplinare. La risposta è nella loro caratteristica di approfondimento della conoscenza relativa agli individui sociali. Non solo. È anche nel rapporto ben più coinvolgente che si instaura fra intervistatore ed intervistato, con un superamento dei ruoli tradizionali tale da sconvolgere schemi prestabiliti e cadenze programmate.

La raccolta di una storia di vita rappresenta sempre un’avventura umana e scientifica insieme. Forse ‑ ma non sempre ‑ se ne potrà stabilire l’inizio, mai però se ne potrà prevedere la fine o se ne potranno presumere i risultati scientifici. In verità si comincia a «vivere con l’altro», a «vivere dell’altro», in pratica a «vivere noi stessi con gli altri». Non è mai un momento brutalmente sperimentale, come accade probabilmente nella somministrazione di un questionario. Il ricercatore stesso è in questione e si pone problemi circa la legittimità della sua invadenza e del suo scavo nei problemi dell’interlocutore. È un difficile gioco di ruoli e di equilibrio interpersonale, sicché è altamente improduttivo scientificamente intrattenere rapporti di ricerca con molte persone contemporaneamente o solo per un brevissimo periodo. Data quindi tutta questa pesantezza problematica è verosimile che l’intervento di un solo ricercatore sia impari all’impresa. Si rende perciò utile un supplemento, un potenziamento di risorse che tenga sotto controllo le diverse variabili in gioco a cominciare da quelle stesse di chi indaga.

Va poi considerato che anche un solo individuo, protagonista designato di una storia di vita, ha in sé potenzialità e realtà pluridimensionali tali da non poter essere esaurientemente interpretate neppure da un nutrito gruppo di studiosi, per quanto valenti e pluricompetenti. A maggior ragione una sola direzione investigativa denota evidenti carenze legate più alle peculiarità di chi fa ricerca che non del soggetto intervistato.

Per dirla in termini popperiani ogni uomo (ed anche la sua storia di vita) ha prodotto nel corso della sua esistenza oggetti materiali, artefatti, esperienze, modelli, norme, persino altri esseri a lui simili; a tutto ciò pone riguardo la conoscenza scientifica, una grande provincia logica del cosiddetto «mondo 3», fatto di miti, teorie, ideologie, opere, il tutto sempre in cambiamento; per quanto grande, tale provincia logica non riesce mai a cogliere la complessità del reale individuale e sociale, perché sempre resteranno ombre e lacune pur dopo uno studio pluriennale. Da ciò 1’urgenza di risolvere almeno in parte l’improbabilità scientifica di un rapporto appena individuale e monodisciplinare. Vale qui la pena di citare Popper stesso: «La credenza che ci siano cose come la fisica, la biologia o l’archeologia e che questi campi di studio siano distinguibili dall’oggetto delle loro indagini, mi sembra un residuo del tempo in cui si credeva che una teoria dovesse procedere da una definizione del suo peculiare oggetto. Ma tale oggetto, o specie di cose, non costituisce a mio avviso, una base per distinguere le discipline. Le discipline sono distinte, in parte, per ragioni storiche, per motivi di convenienza nell’amministrazione (si pensi alla organizzazione dell’insegnamento e degli impegni) e, in parte, perché le teorie che si costruiscono per risolvere i nostri problemi tendono ad accrescersi all’interno di sistemi unificati. Tuttavia, tutta questa classificazione, e le relative distinzioni, costituiscono una questione relativamente priva di importanza e superficiale. Noi non siamo studiosi di certe materie, bensì di problemi. E i problemi possono passare attraverso i confini di qualsiasi materia o disciplina».

Se pertanto il nostro intento è di conoscere le variabili che influenzano alcuni criteri di comportamento, per esempio di un ampio gruppo di famiglie all’interno di una borgata romana, la questione non è relativa al fatto che siano dei sociologi o degli antropologi o dei pedagogisti o degli economisti o degli psicologi a studiarli, anche se poi di fatto gli uni sono più interessati degli altri ed hanno strumenti più o meno adatti. Il punto di osservazione (e di partenza) è un altro; è cioè il problema da prendere in considerazione. Sulla base di questa prima chiarificazione è poi possibile procedere a progetti di indagine con contributi specialistici. Ma intanto non si è preclusa alcuna soluzione di tipo disciplinare/metodologico.

L’uso polidisciplinare delle storie di vita non esautora la primazia sociologica al riguardo, perché restano tuttavia delle pertinenze e delle competenze tradizionalmente acquisite ed empiricamente consolidate. La polidisciplinarietà è semplicemente un correttivo tonificante che garantisce ‑ si pensa ‑ migliori risultati. Ma risolto questo punto un altro nodo resta irrisolto: quello del rapporto interpersonale fra i ricercatori di diversa formazione. Chi ha esperienza di ricerca sul campo ne conosce bene il travaglio e l’estrema problematicità. Questo però non può assurgere a remora per evitare la soluzione indicata.

La polidisciplinarità delle storie di vita è più che altro una apertura mentale, di disponibilità agli apporti non meramente sociologici. Tuttavia l’uso delle life histories resta un problema tipicamente sociologico e come tale va affrontato. Ciò non impedirà l’accettazione di prospettive di tipo differenziato.

Un’ultima questione terminologica va chiarita. Perché qui si parla di polidisciplinarità e non di interdisciplinarità e/o di multidisciplinarità, per limitarci ai termini più correnti? La scelta è chiaramente intenzionale: il termine «interdisciplinarità» è troppo sfruttato sino all’abuso e non renderebbe in pieno il senso di questa proposta (inoltre esso è stato usato per un’opzione di genere diverso, sotto il punto c) indicato sopra); la multidisciplinarità sembra essere il requisito essenziale della pratica interdisciplinare e quindi avrebbe lasciato in piedi lo stesso problema dell’equivoco con la interdisciplinarità. Il parlare invece di polidisciplinarità si giustifica con il significato greco di polu¢s, molto, che sta ad indicare il riferimento al numero come all’estensione, alla quantità, alla forza, all’intensità, persino alla durata, fattori tutti che giocano una funzione di rilievo secondo i singoli apporti delle specifiche discipline. In particolare il polidisciplinare presuppone l’unidisciplinare ma in quanto punto di avvio, riferimento‑guida. In merito poi agli altri significati ognuno di essi è congruente, perché di fatto ‑ al di là della sociologia ‑ nella raccolta ed interpretazione delle storie di vita ogni scienza sociale può tornare utile ed offrire il suo contributo in misura diversa e con gradi differenziati: durante tutta la ricerca o solo in parte; in tutte le interviste o solo in un gruppo particolare; appaiandosi alla sociologia o collegandovisi su certi aspetti analitici; suggerendo alternative o amplificazioni.

Tutto ciò non significa creare ad ogni costo il mito di una polidisciplinarità come passepartout per far superare alle storie di vita ogni sorta di impasse. Valga in proposito l’esempio di Nietzsche, che pur acuto e suggestivo nelle sue riflessioni di ordine psicologico, è stato però notoriamente incapace di conoscere compiutamente i suoi stessi interlocutori, gli amici a lui vicini, gli uomini suoi contemporanei.

Non sempre il fine suggeritore di teorie e interpretazioni è altrettanto geniale e perspicace a livello analitico. Anche questo è un aspetto da non sottovalutare. Così Schutz (36), Berger e Luckmann (37) hanno segnalato criteri e contenuti strategici di ordine generale sulle tematiche del quotidiano pur tanto legate a quelle presenti nelle storie di vita ma quasi nulla offrono sul piano della sperimentazione nel campo della ricerca.

La polidisciplinarità prevede in definitiva una osmosi scientifica che sia fondata su teorie e tecniche afferenti a due o più discipline ma che deve risolvere anche nodi problematici concreti connessi alla competenza dei singoli ricercatori ed alla loro esperienza e fantasia.

È ben raro trovare in uno stesso scienziato sociale una confluenza di tipo polidisciplinare ad un livello sufficientemente apprezzabile. Il Max Weber storico e sociologo insieme o l’Erik Erikson (38) psicanalista non digiuno di problematiche storiche rappresentano più delle eccezioni che non la regola. Né si può richiedere a tutti di avere una qualificazione polimorfa. Ma almeno una sensibilità ed una disponibilità ad apporti affini e collaterali sono requisiti imprescindibili per un lavoro polidisciplinare. Il lavoro di gruppo può rappresentare una soluzione ottimale ma dovrebbe costituire più un obiettivo da raggiungere che non uno strumento risolutore.

Un’esperienza di ricerca sul soggetto autobiografico
È singolare che fra le varie obiezioni a Oscar Lewis non sia stata avanzata sinora quella di un suo ottimismo scientifico che lo porta a sostenere come assolutamente disinibente l’uso del magnetofono per raccogliere storie di vita di emarginati e analfabeti che «possono parlare di sé e raccontare le proprie osservazioni e le proprie esperienze in modo spontaneo, naturale». Ed è altrettanto singolare che ci si rifaccia ancora a questo autore per scoprire indicazioni metodologiche e tecniche in realtà inutilizzabili vuoi per il ricorso collaterale al questionario vuoi per alcune operazioni manipolatorie in sede di raccolta delle storie di vita (per esempio nel suo ufficio o a casa sua, ma di rado presso le abitazioni degli intervistati stessi). Un’altra pretesa tipicamente lewisiana è che una sola famiglia possa «illustrare buona parte dei problemi sociali e psicologici degli ambienti poveri». È altresì priva di fondamento la sua opinione che siano piuttosto gli antropologi ad interessarsi delle grandi masse contadine e urbane.

In realtà nella produzione di Lewis non mancano contraddizioni palesi; così altrove si legge a proposito della raccolta di storie di vita: «È difficile fare generalizzazioni sull’effetto del registratore nel luogo della intervista. Alcuni informatori vengono inibiti moltissimo dall’apparecchio anche dopo che si è stabilito un rapporto eccellente. In altri casi gli informatori reagiscono positivamente ed il fatto che li si sta registrando sembra stimolarli e sbloccarli. In altri casi ancora la presenza dell’apparecchio non ha effetti manifesti sull’intervista». Questa serie di affermazioni coglie meglio nel segno che non la precedente, piuttosto prona a dare un’immagine di spontaneismo ingenuo. Un cambiamento di rotta si registra anche a proposito della significatività delle storie di vita di un’intera famiglia in rapporto ad un più vasto contesto: «i dati non dovrebbero essere generalizzati ed estesi all’intera società».

Perché si sono fatte queste citazioni alquanto impietose per offrire una testimonianza della disomogeneità scientifica della produzione di Oscar Lewis? Semplicemente per chiarire la differenza d’ímpostazione qui suggerita e per sgombrare il campo da possibili rischi ed equivoci in cui è già incorso lo studioso americano. In effetti l’operazione analitica, già messa in atto nel quadro della zona di Valle Aurelia a Roma, ha avuto come punto di orientamento una serrata critica agli assunti ed alle soluzioni empiriche dell’antropologo testé citato e forse più noto come studioso della cosiddetta cultura della povertà.

Nel nostro caso è la sperimentazione sul campo a fornire suggestioni di ricerca, ma è anche una preliminare e lunga fase di problematizzazione teorica a guidare gli stessi tentativi a livello operativo. In verità la metodologia e la tecnica di raccolta di una storia di vita, specie di un gruppo familiare (od anche più), non sono da inventarsi nel breve volgere di uno studio seminariale ma richiedono approfondimenti e sondaggi continui, alla ricerca della formula e dei contenuti più soddisfacenti da un punto di vista scientifico.

Di ciò si è maturata una salda coscienza soprattutto in Germania, nonostante il silenzio che a livello internazionale talora punisce forse ingiustamente la produzione sociologica tedesca (e non solo per questioni di barriere linguistiche). Così rimane ancora poco noto il bel saggio, già citato, di Hans W. Gruhle ‑ scritto nel 1923 in ricordo di Max Weber ‑ sull’autobiografia come fonte di conoscenza, in cui si discutono molti interrogativi relativi all’indagine empirica, con una marcata consapevolezza della necessità di superare gli schemi tradizionali per cercare invece più a fondo nei rapporti sociali intessuti dall’individuo con l’economia, le leggi, le istituzioni, le procedure tecniche. Secondo Gruhle tale ricerca sui rapporti diventa pure «una ricerca dei motivi, cioè degli stati di fatto psichici». Si tratta di capire nello stesso tempo a livello storico, psicologico e sociale quello che ha condotto il singolo ad una determinata azione. Ma anche dopo una considerazione attenta e costante il quadro che ne risulta se può essere convincente per un qualunque utente della ricerca non lo è affatto per il ricercatore stesso, giacché «esistono alcuni punti oscuri che non si lasciano ordinare giustamente in un grande quadro». E c’è poi sempre in agguato il fascino discreto che un personaggio sempre (o quasi) esercita su chi lo studia: sia egli un condottiero o un capo di stato oppure il più umile e bistrattato cittadino. D’altro canto ‑ sottolinea Gruhle ‑ non ci deve turbare il momento dell’accertamento «con la valutazione di ciò che è importante e di ciò che è genuino». Ed in pari tempo vanno individuate quelle tendenze «essenziali, che ritornano in tutti i gradi dello sviluppo della personalità, che si devono rintracciare in tutti i tempi come i motivi più numerosi delle sue azioni», facendo attenzione fra l’altro se si trovano «delle azioni i cui motivi sono opposti in modo contraddittorio a quelli già trovati».

Rispetto ad Oscar Lewis ‑ e con molti anni di anticipo ‑ Hans Gruhle appare ben più avvertito se dice che quando il ricercatore «ha l’intenzione di usare il singolo come rappresentante del suo gruppo la cosa gli riesce più difficile. Egli vuole imparare dal singolare e descrivere ciò che lo concilia con i compagni di gruppo. E qui risulta il vecchio contrasto di tipo ideale e tipo medio, che emerge dappertutto, dove la psicologia entra nelle altre scienze. Lo storico o il sociologo descrive in una immedesimazione geniale un ceto sociale, un tipo dei tempi passati e prende degli ottimi passi d’autore o delle citazioni di un’autobiografia fornita di opinioni come documento dimostrativo». Pertanto «tutto appare chiaro e conduce il lettore alla persuasione che questo ricercatore è diventato uno con quel tempo». Vi è però un altro modo: «Egli confronta accuratamente tutte le tradizioni una con l’altra; egli legge attentamente tutte le autotestimonianze di quel tempo ed è incline più al contare che al soppesare; . . . questo considerare può facilmente sviare, ingannare . . . Ogni autobiografia è un brano di cultura vista attraverso un temperamento e cancella . . . qualche brano . . . non tipico . . . Molte brillanti autodescrizioni si lasciano usare solo idiograficamente, non nomoteticamente».

Anche se le annotazioni di Hans Gruhle non sono condivisibili sino in fondo tuttavia esse «servono da punto di riferimento, sia per ribadire la opportunità di una scelta polidisciplinare che in lui ha visto felicemente coniugarsi insieme storia, psicologia e sociologia, sia per evidenziare come questioni che oggi sembrano essere originali non lo sono del tutto se già più di ottant’anni fa erano al centro del dibattito scientifico.

Chi poi si avventuri concretamente sul terreno empirico si scontra di continuo con scelte precise da operare, persino in breve lasso di tempo, senza far ricorso all’ausilio di una lunga e meditata riflessione. Il fare ricerca significa anche compiere continuamente degli errori di approccio, di interpretazione, di selezione, di orientamento. L’unica correzione possibile deriva allora dagli strumenti stessi e dalle procedure d’indagine mai definitivi ed immutabili. In realtà la ricerca prosegue proprio perché le approssimazioni raggiunte non soddisfano completamente e si esigono dati più probanti.

Specialmente per le storie di vita ogni incontro è un’esperienza completamente diversa dalle precedenti, anche se si tratta delle medesime persone. Quando poi il dialogo fra intervistatori ed intervistati si protrae abbastanza nel tempo sopravvengono modifiche anche sostanziali che impediscono ogni tentativo di cristallizzazione di un caso o di un fenomeno sia individuale che di gruppo. Allora non è più una singola storia di vita che si conosce e si analizza, ma è anche quella del ricercatore nel periodo della sua ricerca, nonché quella di entrambi gli interlocutori in modo del tutto contemporaneo, sincronico, dunque con un continuo intreccio fra diacronico e dato immediato, fra passato e momento presente, fra ieri e oggi.

Un’indagine svolta in una borgata atipica di Roma ha messo in rilievo numerosi fattori interagenti fra loro, con un’articolata rete di variabili dipendenti ed indipendenti, così fitta da sconvolgere continuamente alcuni assunti di volta in volta definiti. Pur rimanendo in piedi l’impianto generale d’indagine, numerose sono state le variazioni apportate in seguito a fatti sempre nuovi, che hanno condotto a cambiamenti di rotta continui, a dimostrazione dell’imprevedibilità completa di un itinerario di lavoro sul campo.

Nel nostro caso si trattava di esaminare la dinamica dei valori a livello familiare utilizzando come parametro di riferimento, cioè come gruppo di controllo, un insieme socio‑abitativo con caratteri diversi rispetto alla borgata oggetto del nostro studio. L’ipotesi era che i quadri conoscitivi di tipo piccolo borghese influenzassero anche le famiglie a carattere proletario.

La verifica è stata condotta attraverso l’opera di coppie di ricercatori, di solito e preferibilmente insieme un uomo ed una donna, che seguissero una sola famiglia nel corso di tutta l’inchiesta.

Tali coppie hanno lavorato d’intesa con tutto il gruppo di ricerca, cui hanno reso conto dei risultati acquisiti e delle difficoltà sopravvenute. L’intento era di mettere insieme le storie individuali e quelle familiari mediante una lunga frequentazione dei singoli nuclei.

Le vicende della ricerca sono state alterne e coronate da successi ed insuccessi, sempre parziali, ma comunque con la convinzione di una praticabilità della proposta.

In verità il tentativo di un approfondimento polidisciplinare è stato portato avanti più dai docenti‑ricercatori guida che non da tutti gli altri, anche in considerazione del fatto che alcuni usi tecnici delle storie di vita non sono ancora ben definiti ed omogenei.

Ogni intervista ha avuto la durata media di circa mezz’ora e vedeva i due membri dell’équipe impegnati in ruoli separati ma convergenti: l’uno svolgeva le mansioni di interrogante mentre l’altro registrava tutta la parte non captabile o riproducibile col magnetofono. Alla fine di ogni incontro si è poi steso un verbale, con una sorta di sceneggiatura di tutto quanto avvenuto.

Il protocollo dell’intervista con le parziali tranches de vie veniva poi tricotomizzato secondo il sistema SVC, cioè sentito, visto, commentato. Pertanto una prima colonna del protocollo comprendeva la trascrizione molto fedele di tutte le espressioni orali intercorse, accompagnate ‑ laddove possibile ‑ da annotazioni sommarie circa il tono del parlare, le eventuali esitazioni, l’imbarazzo o la verve nell’esposizione, le riprese improvvise, le sottolineature non richieste, le interpretazioni ricorrenti. Molte questioni relative alla trascrizione sono state risolte in modo semplice ma non semplicistico, senza giungere all’eccesso del conteggio cronometrato delle pause, dei silenzi, degli imbarazzi.

Una seconda colonna rappresentava una specie di sceneggiatura piuttosto particolareggiata, con dettagli anche insignificanti su tutto l’accaduto nel corso dell’intervista, o fuori registrazione, o fuori del luogo di svolgimento dell’incontro. Specialmente quando tutti i componenti il nucleo familiare erano presenti all’intervista, questa seconda colonna è stata riempita in modo esorbitante rispetto alla norma, proprio in seguito all’aumento del flusso di interazioni intercorrenti in ambito familiare.

La terza parte riguardava il commento dei ricercatori rispetto alle prime due colonne del sentito e del visto. Quest’ultima colonna è la più significativa nell’ottica della ricerca polidisciplinare. In essa infatti si cimentano le conoscenze di studiosi con diversa estrazione e formazione al fine di fornire una chiave di lettura plausibile rispetto ai contenuti presenti. Qui naturalmente possono essere numerose le interferenze dei ricercatori, ma appunto la situazione trans‑individuale dovrebbe consentire un reciproco controllo e la messa in comune di esperienze e competenze non univoche.

Soprattutto nella prima fase di stesura del rapporto di indagine, la terza colonna è stata utilizzata per una lettura in chiave socio‑psicologica al fine di individuare i fondamentali rapporti di tipo interpersonale e le dinamiche relazioni fra i membri del nucleo. Ciò si è reso necessario precisamente agli inizi, onde capire i sistemi di dipendenza‑indipendenza esistenti ed eventualmente condizionanti lo stesso momento della raccolta dell’intervista di storia di vita (39).

I singoli sono stati ascoltati sia da soli sia in compagnia degli altri familiari, in modo da tarare il peso dell’influenza personale. Ma indubbiamente i momenti sociologicamente più rilevanti sono apparsi quelli in cui tutto l’insieme familiare si è mosso attorno al registratore impossessandosi della situazione e assumendo in essa vari ruoli.

Qui è emerso chiaramente il carattere straordinario della condizione di intervista, con un flusso continuo di identità e coercizione dei ruoli, secondo quanto ha suggerito acutamente Bernd Neumann in un suo saggio del 1970, in cui dimostra come ogni racconto di tipo autobiografico sia in gran parte «figlio del tempo» nella totalità della situazione storica e sociale.

In tale passaggio la dimensione personale, ampiamente considerata nel primo approccio, si diluisce per dar luogo a più consistenti analisi sul piano sociologico, senza dimenticare altresì il dato contingente della storia. In effetti ogni storia di vita ‑ come ci ricorda ancora Neumann ‑ «descrive la maniera specifica in cui il suo autore partecipò e partecipa all’insieme sociale». Tale insieme è tendenzialmente repressivo ed impositivo sicché «la personalità autonoma nel senso di eccezionalità creativa fu sempre il privilegio dei pochi». Né è da ritenere che qualcuno di questi privilegiati si possa trovare facilmente fra i residenti di una borgata proletaria.

Naturalmente permane il problema della «verità» di una storia di vita, ma paradossalmente essa è tanto più vera in senso sociologico quanto più è «costruita», falsa sul piano reale. Infatti come la fantasia è estranea alla realtà così anche ogni autobiografia conserva una certa distanza dalla realtà vissuta. Essa documenta non i fatti, ma ricorda il «vissuto» ed il «sentito». Alla documentazione dei dati può provvedere la storia, ma alla veridicità o falsità di una serie di episodi e fenomeni può provvedere lo stesso esame delle interviste, giacché proprio nella summenzionata terza colonna è possibile avanzare ipotesi di volta in volta verificabili o confutabili, ma anche porre il problema relativo alle motivazioni che presumibilmente stanno alla base di una particolare narrazione non rispondente alla realtà degli avvenimenti.

L’obiettivo che si persegue con l’esame delle storie di vita familiare è di scoprire quali siano le strutture portanti delle relazioni sociali e della diffusione di particolari modelli conoscitivi e normativi. Pure un’indagine sulle relazioni simboliche rintracciabili nelle storie di vita ‑ seguendo l’esperienza di Catani (40) ‑ rappresenta un aspetto di particolare importanza non eludibile in modo superficiale e da collegare strettamente con uno studio specifico delle strutture linguistiche, da «inseguire» eventualmente sin nelle pieghe di un idioma dialettale magari urbanizzato.

Infine la scelta di considerare l’insieme familiare come significativo si raccorda senza difficoltà alla proposta di Bertaux di usare storie di vita nello stesso settore di relazioni socio‑strutturali ma soprattutto risponde alle esi­genze messe in luce da Ferrarotti (41) quando propone di raccogliere storie di vita di gruppo.

Dopo averlo discusso, si può tentare un recupero di Oscar Lewis qui in chiusura, richiamando e condividendo con lui l’idea che solo le biografie di intere famiglie possono dare l’unità finale ed il punto iniziale per poter comprendere esattamente un contesto sociale da descrivere ed interpretare.

Conclusione
Una lunga diatriba sembra ormai avviata a conclusione, quella sulla plausibilità scientifica dell’analisi qualitativa, da sempre contrapposta alla quantitativa, ritenuta sovente più affidabile, fondata e convincente.

Ma intanto c’è voluto quasi un secolo, periodo nient’affatto trascurabile nella ancor breve esistenza della disciplina sociologica, per vedere riconosciuta la legittimità dell’approccio qualitativo alla pari di quello quantitativo.

Senza dover stare una volta di più a citare e commentare la Nota metodologica che introduce Il contadino polacco in Europa e in America di W. I. Thomas e F. Znaniecki, opera che risale al 1918, basterà invece sottolineare il fatto che a tanti anni di distanza perdura tuttora l’effetto Blumer, cioè il giudizio piuttosto negativo espresso dal padre dell’interazionismo simbolico in merito alla debolezza della metodologia thomas-znanieckiana (42).

Ad esempio Gianni Losito (43), peraltro meritoriamente impegnato da tempo nel campo della teoria e della pratica della content analysis, si sofferma a ripetere le già note riserve di Blumer del 1939 ma non tiene conto della rivisitazione proposta dallo stesso sociologo statunitense assai più tardi, quasi alla vigilia della sua scomparsa, in forma – si direbbe – di testamento sociologico sul valore dell’analisi biografica.

Losito scrive che Blumer “ebbe ad osservare che le testimonianze individuali raccolte ed analizzate da Thomas e Znaniecki, per quanto tipiche, non hanno alcuna rappresentatività statistica, che le modalità di selezione del materiale documentario non soddisfano il requisito della sistematicità, che il procedimento con cui l’analisi è stata effettuata non dà sufficienti garanzie di oggettività, basandosi esclusivamente sulle capacità intuitive ed interpretative del ricercatore”.

Di suo Losito (44) aggiunge che il “materiale è stato sottoposto ad un’analisi di tipo qualitativo secondo modalità e procedure che non vengono esplicitate dagli autori, salvo a precisare che si è seguito un metodo induttivo tale da limitare, per quanto possibile, conclusioni arbitrarie” (Losito, 1993: 14).

In tutta franchezza occorre riconoscere che il problema metodologico delle storie di vita è tuttora aperto ed in attesa di risposte convincenti. Intanto però il soggetto autobiografico è ormai, finalmente, un protagonista sulla ribalta dell’approccio scientifico.

NOTE

1 – Cfr. M. WEBER, Il metodo delle scienze storico‑sociali, Einaudi, Torino 1958.

2 – Cfr. M. WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1965.

3 – Cfr. P. VEYNE, Come si scrive la storia, Laterza, Bari 1973.

4 – Cfr. W.I. THOMAS‑F. ZNANIECKI, Il contadino polacco in Europa e in America, Comunità, Milano 1968.

5 – Cfr. C. CORRADI, Metodo biografico come metodo ermeneutico. Una rilettura de «Il contadino polacco», Angeli, Milano 1988.

6 – Cfr. H.A. SIMON, La ragione nelle vicende umane, Il Mulino, Bologna 1984.

7 – F. FURET, Il quantitativo in storia, in J. LE GOFF‑P. NORA (a cura di), Fare storia. Temi e metodi della nuova storiografia, Einaudi, Torino 1981, p. 3.

8 – Ibid., p. 6.

9 – Ibid., p. 7.

10 – Ibid., p. 14.

11 – Cfr. E. NAGEL, La struttura della scienza. Problemi di logica nella spiegazione scientifica, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 574‑575.

12 – Cfr. R. CIPRIANI (a cura di), La metodologia delle storie di vita. Dall’autobiografia alla life history, Euroma‑La Goliardica, Roma, 1987.

13 – Cfr. F. FERRAROTTI, Storia e storie di vita, Laterza, Bari 1981.

14 – Cfr. H.W. GRUHLE, “Die Selbstbiographie als Quelle historischer Erkenntnis”, in AUTORI VARI, Hauptprobleme der Soziologie. Erinnerungsgabe für Max Weber, Munchen‑Leipzig 1923, vol. 1, pp. 157‑177.

15 – Cfr. R. CIPRIANI, Claude Lévi‑Strauss. Una introduzione, Armando, Roma 1988.

16 – Cfr. G. EISERMANN, “Soziologie und Geschichte”, in R. KONIG (Hrsg.), Handbuch der empirischen Sozialforschung, Enke Verlag, Stuttgart 1969, vol. I.

17 – E. H. CARR, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 1966, p. 73

18 – Cfr. C. PONTECORVO (a cura di), Storia e processi di conoscenza, Loescher, Torino 1983.

19 – Cfr. O. HINTZE, Staat und Verfassung: gesammelte Abhandlungen zur allgemeinen Verfassungsgeschichte, Göttingen 1962; nonché Zur Theorie der Geschichte. Gesammelte Abhandlungen, Leipzig 1942.

20 – L. BULFERETTI, “Introduzione alla storiografia”, in AUTORI VARI, Introduzione allo studio della storia, Marzorati, Milano 1974, vol. I, p. 61.

21 – Ibid., p. 63.

22 – Ibid.

23 – Ibid.

24 – Cfr. G. GALASSO, Sociologia e storiografia, in AUTORI VARI, Nuovi metodi della ricerca storica, Marzorati, Milano 1975, pp. 253‑282.

25 – Cfr. F. BARBANO, Scienza sociale e storia, sociologia e storiografia: percorsi e situazioni, in AUTORI VARI, Introduzione allo studio della storia, Marzorati, Milano 1975, vol. II, pp. 233‑350.

26 – G. GALASSO, Sociologia e storiografia, cit., p. 258.

27 – Ibid., pp. 270‑271.

28 – Ibid., p. 289.

29 – F. BARBANO, Scienza sociale ecc., cit., p. 279.

30 – Ibid., p. 295.

31 – Ibid., p. 327.

32 – D. TANSIR NIANE, Soundjata ou l’épopée mandingue, Paris 1960, p. II (citato da R. RAINERO, “Fonti orali e storiografia: il problema della storia dei popoli africani”, in AUTORI VARI, Introduzione allo studio della storia, cit., vol. II, p. 559). In proposito si vedano anche i contributi di J. VANSINA, La tradizione orale. Saggio di metodologia storica, Officina, Roma 1976, e Oral Tradition and History, Madison University of Wisconsin, Madison 1985. Per una messa a punto dei rapporti fra storia e sociologia cfr. AUTORI VARI, Histoires et sociologues auiourd’hui. Journée d’études annuelles de la Société Française de Sociologie (Université de Lille I, 14‑15 giugno 1984), CNRS, Paris 1986.

33 – Cfr. O. LEWIS, I figli di Sanchez, Mondadori, Milano, 1966.

34 – Cfr. G. TARDE, L’opinion et la foule, Paris, 1901.

35 – Cfr. I. F. GOODSON, P. SIKES, Life History Research in Educational Settings, Open University Press, Buckingham, 2001; A. ALBERICI (a cura di), Educazione in età adulta. Percorsi biografici nella ricerca e nella formazione, Armando, Roma, 2000; D. DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996.

36 – Cfr. A. SCHUTZ, La fenomenologia del mondo sociale, il Mulino, Bologna, 1974.

37 – Cfr. P. L. BERGER, T. LUCKMANN, La realtà come costruzione sociale, il Mulino, Bologna, 1969.

38 – Cfr. E. ERIKSON, Young Man Luther, Norton, New York, 1958.

39 – Cfr. R. CIPRIANI (a cura di), La metodologia delle storie di vita, Euroma-La Goliardica, Roma, 199., III ed., pp. – .

40 – Cfr. M. CATANI, S. MAZE, Tante Suzanne ou l’histoire de vie sociale et du devenir d’une femme, Librairie des Méridiens, Paris, 1982.

41 – Cfr. D. BERTAUX (ed.), Biography and Society. The Life History Approach in the Social Sciences, Sage Publications, Beverly Hills-London, 1981; F. FERRAROTTI, Storia e storie di vita, Laterza, Bari, 1981.

42 – H. BLUMER, An Appraisal of Thomas and Znaniecki’s “the Polish Peasant in Europe and America”, Social Science Research Council, Bulletin, 44, 1939.

43 – G. LOSITO, L’analisi del contenuto nella ricerca sociale, FrancoAngeli, Milano, 1993, p. 13.

44 – G. LOSITO, op. cit., p. 14.